Pochi termini circolano oggi nel mondo della fotografia con la stessa frequenza di Fine Art. Allo stesso tempo, pochi termini sembrano suscitare tanta incertezza sul loro significato reale. Questo dettaglio, curiosamente, non impedisce a fotografi, organizzatori di workshop, creatori di preset, influencer e laboratori di stampa di utilizzarlo con una disinvoltura quasi ammirevole. Oggi la Fine Art sembra comprendere una sorprendente varietà di immagini: donne immerse nella nebbia, foreste desaturate, schiene nude davanti a finestre illuminate, color grading cinematografici, toni polverosi, cavalli, edifici abbandonati, mani appoggiate a libri antichi e, occasionalmente, qualche cervo dall’espressione talmente malinconica da far pensare che stia meditando sulla condizione umana da almeno tre generazioni.
Il termine possiede ormai una sorta di forza evocativa autonoma. Non è necessario sapere esattamente cosa significhi; basta che suggerisca un certo universo culturale. Evoca gallerie, edizioni limitate, carte pregiate, certificati di autenticità, cataloghi stampati con cura e conversazioni che sembrano svolgersi sempre a un volume leggermente inferiore rispetto al normale. Proprio per questo vale forse la pena fermarsi un momento e chiedersi da dove provenga davvero questa espressione e che cosa indicasse in origine.
La prima sorpresa è che il termine non nasce affatto all’interno della fotografia. Storicamente, le Fine Arts erano le cosiddette arti belle: pittura, scultura, musica, poesia e tutte quelle attività che non venivano giudicate principalmente in base alla loro utilità pratica. Il falegname costruiva un tavolo. L’orefice realizzava un gioiello. L’artista, invece, era chiamato a produrre qualcosa che andasse oltre la funzione immediata dell’oggetto. Oggi questa distinzione può apparire talvolta artificiale o persino un po’ enfatica, ma ebbe un’importanza enorme nella storia della cultura occidentale, perché contribuì a creare una figura nuova: quella dell’artista come autore, come individuo dotato di uno sguardo personale sul mondo.
Ed è proprio qui che la fotografia incontrò il suo primo grande ostacolo. Quando apparve nel XIX secolo, molti osservatori la considerarono troppo tecnica, troppo meccanica e troppo dipendente da una macchina per poter essere accolta tra le arti. La macchina fotografica sembrava registrare la realtà più che interpretarla. Per numerosi critici dell’epoca la fotografia era certamente utile, talvolta affascinante, ma rimaneva fondamentalmente diversa dalla pittura o dalla scultura. Il pittore trasformava il mondo; il fotografo sembrava limitarsi a riprodurlo.
Vista con gli occhi di oggi, questa discussione appare quasi paradossale. I musei dedicano intere esposizioni alla fotografia, le grandi collezioni internazionali investono somme considerevoli nelle edizioni fotografiche e il linguaggio fotografico viene studiato nelle università con una serietà che non ha nulla da invidiare alle discipline artistiche più tradizionali. Tuttavia, questo riconoscimento non fu immediato. La fotografia dovette conquistare il proprio spazio all’interno del sistema delle arti, e il concetto stesso di Fine Art Photography nacque da questo lungo percorso di legittimazione.
La cosa più interessante è che molti dei primi fotografi che cercavano il riconoscimento artistico tentarono inizialmente di allontanarsi dalla fotografia stessa. Il Pictorialismo, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, utilizzava obiettivi a fuoco morbido, procedimenti di stampa sofisticati e atmosfere che ricordavano la pittura. Figure come Alfred Stieglitz o Edward Steichen volevano dimostrare che la fotografia poteva essere qualcosa di più di una semplice registrazione meccanica del reale. Guardando oggi quelle opere, è difficile non cogliere una certa ironia storica: la fotografia iniziò il proprio cammino verso il riconoscimento artistico cercando di assomigliare il meno possibile a una fotografia.
Con il tempo, però, la situazione cambiò radicalmente. La fotografia moderna iniziò a comprendere che la propria forza non derivava dalla somiglianza con altre arti, ma dalle caratteristiche che la rendevano unica. L’inquadratura, il tempo, la luce, il frammento, il punto di vista e la capacità di isolare un istante divennero il vero linguaggio del mezzo fotografico. Fotografi come Paul Strand, Walker Evans o Ansel Adams non sentirono più il bisogno di dimostrare che la fotografia potesse imitare la pittura. Compresero che la fotografia possedeva già una propria voce.
Ed è qui che il concetto di Fine Art Photography assume il suo significato più interessante. In origine non indicava uno stile particolare. Non descriveva una palette cromatica, una tecnica di postproduzione o un repertorio di soggetti privilegiati. Descriveva piuttosto un’intenzione. Una fotografia veniva considerata Fine Art quando era il risultato di una ricerca personale, di una visione, di una riflessione sul mondo. La differenza non stava nell’aspetto dell’immagine, ma nel modo in cui l’autore si rapportava a ciò che stava fotografando.
Oggi, invece, il termine viene spesso utilizzato in modo molto diverso. In una parte consistente della fotografia contemporanea, Fine Art sembra indicare soprattutto una particolare superficie estetica. Alcuni elementi ricorrono con tale frequenza da aver assunto quasi il valore di un codice: colori desaturati, neri morbidi, atmosfere sospese, simboli facilmente riconoscibili, malinconia controllata e una certa lentezza contemplativa. Naturalmente non c’è nulla di sbagliato in queste scelte. Il problema nasce quando vengono scambiate per la sostanza stessa dell’opera.
Perché il vero nodo della questione non riguarda lo stile. Ogni grande artista della storia ha avuto uno stile riconoscibile. Il problema nasce quando lo stile prende il posto della visione. Una visione nasce dall’esperienza, dall’osservazione e dal modo personale in cui qualcuno interpreta il mondo. Lo stile, invece, può essere appreso, imitato e riprodotto. Per questo motivo una fotografia realizzata con uno smartphone può essere autentica Fine Art, mentre un’immagine tecnicamente impeccabile prodotta con il miglior sistema medio formato può risultare completamente vuota.
La domanda decisiva non è dunque: «Che aspetto ha questa fotografia?». La domanda decisiva è un’altra: «Perché questa fotografia esiste?». A questo punto la semplice produzione di immagini e il lavoro artistico iniziano a separarsi. Uno stile non è ancora una visione. Un’estetica non è ancora una posizione nei confronti del mondo. Molte immagini contemporanee sembrano interessate soprattutto ad assomigliare all’arte. Molto meno numerose sono quelle che nascono da un’autentica necessità di vedere e di comprendere.
Naturalmente la storia dell’arte è sempre stata attraversata da mode, convenzioni e formule visive. Nulla di nuovo sotto questo aspetto. Ciò che è cambiato è la velocità con cui queste formule si diffondono. Social network, tutorial, preset e algoritmi rendono estremamente semplice la riproduzione di un’estetica già riconosciuta come artistica. Di conseguenza emerge un paradosso curioso: non è mai stato così facile produrre immagini che sembrano arte e, allo stesso tempo, non è mai stato così difficile conservare una voce davvero personale.
Forse è proprio qui che si trova il problema dell’uso contemporaneo del termine Fine Art. Lo abbiamo progressivamente trasformato in una categoria estetica, mentre in origine indicava qualcosa di molto più profondo: uno sguardo. La Fine Art non comincia quando una fotografia appare artistica. Comincia quando una fotografia rivela che qualcuno ha visto qualcosa che altri non avevano visto, o che ha saputo guardare qualcosa di familiare in un modo nuovo. In fondo, ciò che rende significativa un’opera non è la sua capacità di assomigliare all’arte, ma la sua capacità di mostrarci il mondo attraverso gli occhi di un altro essere umano.
Tutto il resto è stile.
E lo stile, per quanto raffinato, si può imitare.
La visione, invece, appartiene sempre a qualcuno.
