Tra spazio e prossimità – Riflessioni dopo due visite in galleria a Vienna


Visitare mostre appartiene a quelle parti più silenziose, ma non per questo meno essenziali, del lavoro artistico. Non come rituale sociale, non come dovere, e certamente non soltanto per “farsi vedere”. Per me, una visita in galleria è sempre anche una forma di apprendimento dello sguardo. Non si va soltanto per osservare le opere, ma per leggere gli spazi, le decisioni e gli atteggiamenti che li attraversano. Quanta aria viene concessa a un’opera? Quanta prossimità viene richiesta o concessa allo spettatore? Quale linguaggio parla una galleria attraverso l’allestimento, l’uso del testo e il rapporto con il pubblico?

Altrettanto importante è qualcosa che spesso passa inosservato: l’atmosfera dell’accoglienza. In entrambe le gallerie mi sono sentito sinceramente benvenuto fin dal primo momento. Era quella rara e piacevole forma di presenza in cui si percepisce di essere presi sul serio come visitatori, senza mai sentirsi osservati o messi sotto pressione. Si riceve tempo. Tempo per guardare con il proprio ritmo, fermarsi, tornare indietro, osservare di nuovo e lasciarsi realmente coinvolgere dalle opere. Nel contesto dell’arte, questo ha un valore inestimabile.

Oggi ho visitato due spazi espositivi molto diversi a Vienna, ognuno dei quali mi ha mostrato qualcosa in modo del tutto distinto: Galerie Krinzinger nel primo distretto e AnzenbergerGallery presso la Brotfabrik.

Nella Galerie Krinzinger ciò che mi ha colpito anzitutto è stato lo spazio stesso. Tre grandi sale, allestite con generosità, in cui ogni opera riceve la distanza necessaria. Nulla è compresso, nulla compete immediatamente con il resto. Le opere stanno e agiscono. Si percepisce subito che lo spazio fa parte integrante dell’affermazione artistica. Mi ha colpito in particolare la mostra di Nevin Aladağ. La trasformazione di mobili storici e oggetti quotidiani in corpi di suono e di risonanza possedeva una presenza straordinaria. Ciò che mi ha affascinato non era tanto l’oggetto in sé, quanto l’atto della trasformazione: un oggetto perde la sua funzione originaria e acquista una nuova dimensione, poetica e al tempo stesso concettuale.

Anche qui l’atmosfera era notevolmente aperta e cordiale. L’accoglienza è stata calorosa, priva di qualsiasi soglia. Si aveva la sensazione di poter osservare con calma, porre domande e, al tempo stesso, avere quasi tutto lo spazio per sé.

Ugualmente accogliente, ma completamente diversa nella presentazione delle opere, è stata l’atmosfera dell’AnzenbergerGallery. Già la mostra Flowers and Trees suggeriva un approccio differente. Le opere erano disposte in modo più fitto, i formati più piccoli, la percezione più intima. Qui lo spettatore si avvicina fisicamente alle immagini. Non si legge soltanto il motivo, ma anche la carta, la tecnica di stampa e la materialità stessa dell’opera. Proprio questa vicinanza genera un’altra forma di visione: meno distanza, più dialogo.

Anche qui ho percepito la cordialità del team come particolarmente piacevole. Vi era quella silenziosa naturalezza che contraddistingue i buoni spazi espositivi: presenza senza invadenza, apertura senza alcuna barriera. Era facile porre domande, ma altrettanto facile semplicemente immergersi nella contemplazione.

Forse è proprio questo il vero valore di tali visite. Non si lascia una galleria soltanto con delle impressioni, ma con domande rivolte al proprio lavoro. Quanto spazio richiede una serie come Judith? Un allestimento più denso potrebbe forse sostenere ancora meglio la sua tensione narrativa? In che modo l’effetto di un’immagine cambia attraverso dimensione, distanza, carta e sequenza?

Come piccola traccia di questo percorso, ho lasciato un messaggio nel libro degli ospiti dell’AnzenbergerGallery. L’immagine del contributo mostra proprio questo gesto — non soltanto come ricordo, ma come segno del fatto che una visita in galleria può essere molto più di un semplice passaggio silenzioso: un dialogo, un incontro e un pensiero che continua.

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