Esistono poeti che si leggono, ed esistono poeti che ci accompagnano per anni. Georg Trakl appartiene senza dubbio alla seconda categoria. I suoi testi non sono mai stati per me semplice letteratura nel senso tradizionale, né soltanto parole su carta. Ciò che mi ha sempre affascinato è il suo universo emotivo: quella malinconia profonda, quel senso silenzioso di abbandono, quella bellezza quasi dolorosa che nasce dall’oscurità, dal silenzio e da un freddo interiore.
Soprattutto nei momenti più difficili della mia vita, le sue poesie non sono mai state una semplice lettura; sono diventate uno spazio di risonanza. Alcuni testi mi hanno accompagnato in fasi in cui altre parole sarebbero rimaste vuote. Forse è proprio per questo che questo ciclo è diventato così importante per me. Non è nato da un concetto puramente artistico, ma da un rapporto lungo e profondamente personale con un poeta e con il paesaggio emotivo che la sua opera apre.
Per comprendere questo fascino, bisogna guardare brevemente anche alla sua biografia. Nato a Salisburgo nel 1887, oggi è considerato una delle voci più significative dell’espressionismo austriaco. La sua opera è relativamente contenuta, eppure possiede una densità straordinaria. Le sue poesie ruotano attorno alla notte, all’autunno, al decadimento, al senso di colpa, alla solitudine, alla famiglia, alla morte e a quell’atmosfera sfuggente che resiste a ogni spiegazione semplice.
La sua vita fu segnata da profonde crisi interiori, aggravate dall’uso di sostanze e da una crescente instabilità psicologica. Particolarmente traumatico fu il suo servizio come ufficiale sanitario durante la Prima guerra mondiale dopo la battaglia di Grodek, dove si trovò di fronte a sofferenze inimmaginabili. Nel 1914 morì in un ospedale militare a Cracovia per overdose di cocaina; se si sia trattato di un suicidio consapevole o di un crollo durante una gravissima crisi psichica resta ancora oggi storicamente irrisolto. Questa dimensione tragica aiuta a illuminare alcuni aspetti della sua opera, senza tuttavia ridurla alla sola biografia.
Ciò che mi ha sempre attratto maggiormente in Trakl è il fatto che i suoi testi non raccontano storie nel senso convenzionale. Creano stati dell’essere. Sono spazi interiori, atmosfere, paesaggi emotivi. Forse è proprio per questo che si sono tradotti in modo così naturale nel mio linguaggio fotografico. Non mi ha mai interessato illustrare semplicemente una poesia. Sarebbe stato troppo semplice. Non volevo creare un accompagnamento visivo alla letteratura. Ciò che mi interessava era qualcosa di completamente diverso: come tradurre lo stesso universo emotivo in forma fotografica. Come si fotografa il silenzio? Come si fotografa la solitudine? Come si fotografa quel particolare freddo che attraversa l’opera di Trakl e che tuttavia non è mai soltanto meteorologico?
Da queste domande è nato il concetto del ciclo. La scrittura stessa è diventata parte integrante dell’immagine, non come elemento decorativo, ma come portatrice essenziale di significato. La scrittura Kurrent tracciata sul corpo è un elemento centrale della serie. Da un lato rimanda a una profondità storica, alla scrittura come memoria culturale; dall’altro parla della fisicità del linguaggio stesso. Le parole non stanno accanto all’immagine: vi si inscrivono. La pelle diventa pergamena e il corpo diventa portatore di memoria, dolore, solitudine e condensazione poetica. È qui, per me, che risiede la forza di queste opere: linguaggio e corpo non sono separati, ma si fondono in un’unica affermazione visiva.
La scelta della scrittura Kurrent è tutt’altro che casuale. Per chi non conoscesse il termine, si tratta di una storica forma di corsivo tedesco, ampiamente utilizzata nell’area germanofona dall’età moderna fino al XIX e all’inizio del XX secolo. È caratterizzata da linee fluide e angolari e da un’eleganza visiva molto diversa dalla grafia contemporanea. Storicamente appartiene a una lunga tradizione di cultura scritta, portando con sé associazioni di lettere, diari, documenti ufficiali e pensieri privati fissati con l’inchiostro. Proprio per questo peso storico mi è sembrata profondamente adatta a questo ciclo. Il mondo di Trakl non è moderno nel senso contemporaneo del termine; è immerso nella memoria, nella malinconia e nella distanza temporale. La Kurrent rafforza visivamente questa atmosfera. Non si limita a scrivere parole sul corpo: iscrive nella fotografia storia, memoria e il senso di un tempo scomparso. Al tempo stesso, il suo ritmo fluido conferisce alla scrittura una qualità corporea, quasi come se il pensiero stesso avesse preso forma visibile sulla pelle.

Chi osserva le opere della serie Corpus Scriptum riconoscerà immediatamente questo legame. La scrittura Kurrent che scorre sul volto, sul collo e sul corpo crea una prossimità quasi intima tra poesia e carne. Non appare come qualcosa imposto dall’esterno, ma piuttosto come un pensiero interiore emerso in superficie. Attraverso il bianco e nero e attraverso l’oscurità dello spazio visivo emerge la stessa atmosfera che da anni definisce per me la poesia di Trakl: silenzio, ombra e una ricerca quasi esitante di ciò che può soltanto essere suggerito.
Forse è proprio per questo che questo ciclo è così personale per me. I suoi testi depressi, silenziosi e profondamente attraversati dalla solitudine mi hanno accompagnato nei momenti difficili della mia vita. Non perché offrissero conforto in senso convenzionale, ma perché articolavano qualcosa che spesso rimane senza parole. Forse questo ciclo doveva nascere proprio per questo motivo: non semplicemente come omaggio a un poeta, ma come elaborazione di un mondo interiore che mi è familiare da molti anni.
Dopo questo ciclo è già previsto un ulteriore dialogo letterario con Max Herrmann-Neiße, che probabilmente verrà realizzato il mese prossimo. Dal punto di vista fotografico sarà interpretato in modo completamente diverso, eppure rimarrà un legame fondamentale: il linguaggio tornerà ancora una volta a manifestarsi attraverso la scrittura Kurrent sul corpo. Parola e pelle, scrittura e ombra, corpo e poesia rimangono il filo conduttore. Dopo di ciò, questo percorso letterario giungerà, almeno per il momento, a una conclusione, prima che io possa dedicarmi nuovamente ad altri temi e ad altri mondi visivi.
Forse è proprio questa la bellezza di tali cicli. Non devono continuare all’infinito. Alcuni temi ci accompagnano per anni, esigono immagini e alla fine trovano una loro conclusione provvisoria. Non perché siano definitivamente conclusi, ma perché, per il momento, sono stati detti. Dopo di ciò, qualcosa di nuovo può cominciare.
